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Psichiatria: La scienza marcia

Pericolose droghe legali


Da quando sono stati ideati e sperimentati per le prime volte negli anni 30, gli psicofarmaci hanno rappresentato un mercato in continua espansione per le case farmaceutiche di tutto il mondo, attualmente molti dei medicinali più usati nella nostra società occidentale appartengono alla classe degli psicofarmaci. Ormai non solo gli psichiatri, ma anche i medici generici, gli infermieri delle case di riposo, gli operatori del settore scolastico, sono sempre più orientati a consigliare cure farmacologiche per ogni tipo di vero o presunto “disturbo”. D’altronde essere ricoverato in una struttura psichiatrica al giorno d’oggi significa, nella quasi totalità dei casi, essere costretto a prendere tali farmaci; alla fine del ricovero spesso si utilizzano le iniezioni di farmaci a lento rilascio (e lunga azione) in modo che il “paziente” non possa più sottrarsi alla “cura”. È usanza comune degli psichiatri privati dare ai pazienti un farmaco durante la prima visita e spiegare loro che avranno bisogno di farmaci per tutta la vita. Medici di base, medici dei presidi ospedalieri, neurologi, psicologi, psicoterapeuti e assistenti sociali ormai prescrivono (o consigliano la prescrizione) grandi quantità di antidepressivi e tranquillanti minori.

La psichiatria e buona parte della medicina ortodossa sostengono che per ogni specifico “disturbo” comportamentale c’è uno specifico farmaco “curativo”, ma non c’è nessuna base scientifica per una tale affermazione. In realtà si può dimostrare (come ha fatto lo psichiatra Peter Breggin nel suo libro “Brain-Disabling Treatments in Psychiatry: Drugs, Electroshock, and the Role of the FDA”, Sperling,1997) che tutti gli psicofarmaci esplicano la loro azione “terapeutica” proprio nel momento in cui cominciano ad intossicare le cellule neuronali, danneggiandole ed alterandone la funzionalità: l’effetto tossico e quello terapeutico coincidono come succede per l’elettroshock e la psicochirurgia.

La neurologia insegna infatti che appena una sostanza estranea entra in contatto col cervello i suoi effetti tossici si manifestano immediatamente anche come effetti psicoattivi. Tutti gli psicofarmaci, a causa della forte interconnessione e integrazione delle funzioni cerebrali (le funzioni del cervello sono strutturate in una maniera complessa, e sono tali da presentare una elevata reciproca dipendenza fra le varie sue parti e fra le varie funzioni che assolve) possono causare disfunzioni generalizzate. Essi inoltre danneggiano le più alte funzioni mentali, psicologiche e spirituali, aggredendo in particolar modo il lobo frontale (non per niente il neurologo Oliver Sacks, il famoso autore di “Risvegli” definisce le cure psicofarmacologiche una “lobotomia chimica”) e il sistema limbico.

Gli psicofarmaci producono i loro effetti di danneggiamento del cervello su ogni persona, non solo sui cosiddetti “malati mentali”, ma anche su volontari “non malati” e su pazienti con differenti diagnosi psichiatriche: non esiste un effetto specifico del farmaco su una specifica malattia.
D’altronde il funzionamento di tali farmaci è basato su tre semplici regole
1) Sei arrabbiato oltre ogni limite? Ti diamo un neurolettico così ti spegniamo il cervello e non dai più fastidio
2) Sei apatico e abulico? Ti diamo una droga stimolante
3) Sei depresso? Ti diamo un tranquillante così ti spegniamo il cervello e non pensi più alle tue angosce

Se al posto del calmante al “paziente” si somministrassero una decina di frustate si avrebbe ugualmente una “remissione dei sintomi” (era così infatti che venivano “trattate” le persone nei manicomi prima, e spesso anche dopo, dell’avvento degli psicofarmaci), e lo stesso accadrebbe se alla persona apatica si facessero bere due bicchieri di vino, e al depresso un litro intero. Solo che al posto del vino gli psichiatri e gli altri “professionisti della psiche” utilizzano le benzodiazepine, stimolanti a piccole dosi, sonniferi ad alto dosaggio (come nel Tavor), oppure il Ritalin, che funziona da stimolante per gli adulti e da calmante per molti bambini: in fondo anche per il vino succede che due bicchieri rendono euforica una persona adulta e addormentano un bambino.

Molto indicativo è pure quanto scritto sul “foglietto illustrativo” di uno dei più diffusi neurolettici, il Serenase (aloperidolo). In tale carta si legge che il Serenase è “indicato” per le depressioni, ha come possibili “effetti collaterali” la depressione, ha fra le“controindicazioni” la depressione stessa. Ancora una volta mettete alcool al posto di Serenase e troverete una “droga” (o farmaco?) che può scacciare la tristezza, che in certi momenti (a seconda della vostra condizione psicologica) può farla aumentare, e che altre volte può fare affiorare i pensieri più tristi in un momento in cui siete relativamente sereni. Non c’è nessuna differenza fondamentale fra le droghe chimiche vendute in farmacia e le droghe naturali vendute su uno scaffale del supermercato, nessuna vera differenza fra droghe lecite e droghe illecite. Sia le une che le altre creano dipendenza, hanno effetti dannosi sul cervello (che a lungo andare divengono irreversibili) e modificano le nostre percezioni sensoriali: sono queste le caratteristiche distintive delle droghe (vedi la definizione della parola “droga” su un dizionario qualsiasi).

Ma alla psichiatria interessa primariamente la “remissione dei sintomi”, e a quanto pare il fine giustifica i mezzi, dato che per secoli gli psichiatri hanno usato prima la violenza fisica, poi l’insulinoterapia, poi l’elettroshock e la psicochirurgia, e infine le droghe di sintesi chimica.
Non per niente Peter Breggin osserva (nel suo libro già citato) che “la docilità e l’accondiscendenza che sono state osservate in seguito alla somministrazione dei neurolettici può anche derivare dal fatto che il paziente si renda conto che una ulteriore resistenza è futile o pericolosa”.

È una cosa che ho sentito raccontare spesso dai pazienti internati nelle strutture psichiatriche italiane, i quali dopo un po’ di tempo si rendono conto che la maniera migliore per uscire dal reparto è quella di accontentare i medici, di fingersi docili e ubbidienti. Per spiegare meglio il rapporto medico-farmaco-paziente riassumo in breve la tipica storia di un “trattamento farmacologico” all’interno di un reparto psichiatrico. Il primo giorno passa il medico e ti chiede “come stai?”, tu rispondi “non molto bene”; di conseguenza lo psichiatra ti aumenta la dose di farmaci che ti sconvolgono la mente e che ti fanno male anche a livello fisico. Il giorno dopo puoi essere ancora così sprovveduto da essere sincero in modo che si ripeta la scena del giorno prima, ma il terzo giorno di sicuro quando passa il medico tu per paura che ti rifaccia lo stesso scherzetto gli dici che stai meglio; lo psichiatra allora fa un sorrisetto, ti da una pacca sulla schiena e dice “hai visto che la terapia comincia a funzionare?”

Le persone che vestono il camice bianco e che si comportano in questa maniera vengono considerate “professionisti della mente”: io direi piuttosto che si tratta di squallidi attorucoli di second’ordine, che giustificano con simili farse il fatto che la collettività elargisce loro uno stipendio alla fine di ogni mese.
Bisogna precisare che a dispetto di più di due secoli di ricerca intensiva, non si è scoperta nessuna causa genetica o biologica di nessuna “malattia mentale”, e non sono stati rilevati squilibri biochimici nelle menti dei pazienti fino a quando non vengono somministrati loro i farmaci. Certi “scienziati” e “ricercatori”, nonché certi “medici” insistono lo stesso nell’affermare che antidepressivi come il Prozac correggono una “neurotrasmissione serotoninergica ipoattiva” (difetto di serotonina nel cervello), o che neurolettici come l’Haldol correggono “neurotrasmissioni dopaminergiche iperattive” (eccesso di dopamina nel cervello) anche se non esistono prove scientifiche a sostegno di tali affermazioni che sono ancora meno che semplici ipotesi. Perché una ipotesi del genere, dopo anni che nessuno è riuscito a dimostrarla, comincia a sembrare sempre più una menzogna, funzionale solo al mercato degli stupefacenti leciti (gli psicofarmaci venduti in farmacia).

Tale ipotesi è poco credibile anche per altri due fatti. Il primo è che i cosiddetti “disturbi mentali” non producono i deficit cognitivi ai danni della memoria o del ragionamento astratto, non causano cioè i danni tipicamente riscontrabili nei disordini neurologici accertati, nelle patologie del sistema nervoso centrale.
L’altro è che il cervello, ben lungi dall’accettare la “sostanza deficitaria o curativa” che secondo certi “scienziati” dovrebbe curare una “malattia mentale”, reagisce all’azione di qualsiasi psicofarmaco (e di qualsiasi altra sostanza tossica) cercando di annullarne l’effetto. Questa è una delle cause degli effetti collaterali negativi di tali farmaci, e del fenomeno della dipendenza da tali sostanze. Quando il Prozac induce un eccesso di serotonina, il cervello automaticamente riduce la fuoriuscita di serotonina dalle terminazioni nervose e riduce il numero di recettori che possono ricevere la serotonina. Quando l’Haldol riduce la reattività nel sistema dopaminergico, il cervello reagisce con una iperattività dello stesso sistema incrementando il numero e la sensitività dei recettori della dopamina.

Da un punto di vista fisiologico il cervello non può riprendersi dall’effetto dei farmaci con la stessa rapidità con cui viene sospesa la loro somministrazione: il meccanismo compensatorio appena descritto a volte torna alla normalità alcune settimane o alcuni mesi dopo che il farmaco è stato abbandonato. La discinesia tardiva è una degenerazione irreversibile dovuta all’intossicazione da farmaci, essa si verifica quando il cervello dopo un uso prolungato e massiccio di sostanze tossiche non riesce più a tornare alla normalità. Tale malattia consiste nella comparsa di movimenti involontari (discinetici) della muscolatura della bocca, delle labbra, della lingua, a volte anche degli arti e del tronco. A volte sono presenti anche tic facciali, movimenti incontrollati delle dita o altri movimenti insoliti. In realtà esistono prove documentate di analoghi danni permanenti alle funzionalità tipicamente cognitive del cervello (vedi più avanti).
Disintossicarsi dagli psicofarmaci è uno dei primi passi che dovrebbero fare i “malati mentali” per recuperare la loro salute e la loro dignità, ma spesso hanno paura che le loro sofferenza peggiorerà se abbandonano i farmaci: il continuo lavaggio del cervello dei medici ovviamente alimenta tali paure, spesso gli psichiatri dicono ai loro pazienti che essi avranno bisogno di medicine per il resto della loro vita.
D’altronde il fatto che una persona dica di sentirsi meglio dopo avere assunto un farmaco, non significa necessariamente che tale farmaco abbia corretto un disordine biochimico. Da millenni gli uomini consumano bevande alcoliche, caffè, te, tabacco, foglie di coca e marijuana per aumentare il loro senso di benessere. Questa non è certo una prova che il benessere (vero o presunto) da loro sperimentato sia dovuto ad uno squilibrio biochimico o a qualsiasi altro difetto cerebrale.

Sull’uso dei farmaci per “curare” i “disturbi del pensiero e del comportamento” mi piace riproporre un paragone di Peter Breggin: l’idea che uno stato irrazionale, di grande stress o di angoscia sia causato da un danno cerebrale, ha la stessa valenza dell’idea che un programma televisivo offensivo o irrazionale sia causato da un guasto nel televisore.
La realtà è che, una volta prodotti e messi in commercio, gli psicofarmaci sono diventati un business miliardario per le multinazionali farmaceutiche. Essi sono inoltre un potente strumento di controllo sociale per qualsiasi governo: grazie ad essi infatti è possibile sedare una larga fascia di sintomi di quel disagio sociale che le nostre strutture socio-economiche hanno generato. Il potere economico e sociale potrebbe essere messo in crisi da una forte reazione popolare se ci si rendesse realmente conto che le angoscie, le ansie, le depressioni, i disagi esistenziali che sperimentiamo nel mondo contemporaneo derivano da una ben precisa struttura sociale, da un mondo alienante, consumistico e spersonalizzante costruito su misura per i profitti di pochi affaristi. I vari governi statali hanno quindi bisogno di un esercito di “professionisti” della psiche che convincano la gente a prendersela con un falso squilibrio biochimico del proprio cervello piuttosto che coi veri responsabili del proprio malessere (“è colpa tua, non della società”). D’altronde le menzogne in questo campo sembrano non avere limite: anche dell’elettroshock e della lobotomia si è detto che correggono gli squilibri biochimici del cervello.

È importante notare che fra gli effetti collaterali di qualsiasi sostanza psicotropa (e in quanto tale tossica per il cervello) c’è la diminuita capacità di giudizio sugli effetti positivi o negativi di tali droghe sulle proprie funzioni cerebrali. Le persone ubriache spesso non riescono a stimare obiettivamente lo propria capacità di guidare un’automobile o di discutere in maniera sensata. Lo stesso si verifica in misura maggiore o minore con l’uso di marijuana (certamente non paragonabile per effetti tossici all’alcool), con l’anfetamina e con tutti gli psicofarmaci. Generalmente la persona si rende poco conto del danno che hanno riportato le proprie funzioni mentali ed emotive fino a quando non smette di assumere quella sostanza tossica per il tempo necessario al cervello per ristabilirsi. A volte addirittura succede che le persone si rendono conto del loro stato ma lo attribuiscono a fattori esterni invece che al farmaco, e così essi stessi chiedono un trattamento farmacologico più intenso. Questo è dovuto ovviamente anche al fatto che i medici raramente spiegano quali possano essere gli effetti collaterali dei farmaci da essi prescritti.

È importante rilevare che la difficoltà a giudicare obiettivamente il danno prodotto dai farmaci è causata anche da motivi psicologici: non si vuole ammettere di avere delle funzioni mentali danneggiate, non si vuole ammettere che il farmaco (nel cui benefico effetto si è confidato) faccia del male, non si vuole contraddire il medico e non si vogliono deludere le sue aspettative.Ci sono farmaci come il Prozac che addirittura possono portare come “effetti collaterali” idee suicide (o come dicono i medici nel loro gergo contorto “ideazioni suicidarie”), altri che possono causare arresto cardiaco. Il Prozac ha causato numerosi suicidi, ci sono numerose cause pendenti contro la casa farmaceutica che lo produce, e in America ci sono associazioni di “sopravvissuti al prozac”. Farmaci così pericolosi vengono prescritti dai medici con la massima serenità, e nella quasi totalità dei casi i medici che prescrivono tali farmaci non informano i loro pazienti sulla potenziale pericolosità di tali sostanze.

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